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Recensione di Pinuccia Corrias «Il piacere femminile è clitorideo»

Il piacere femminile è clitorideo di María-Milagros Rivera Garretas, traduzione di Barbara Verzini, Madrid e Verona, Edizione indipendente, 2021. Collana A mano, 4, 208 pp., 17 € (cartaceo), 8 € (e-book), 20 € (copertina rigida); https://www.amazon.it/dp/8409311496

Entrare nel libro di Maria Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile é clitorideo, è come salire in groppa a una giumenta che non abbia mai conosciuto pastoie e corra libera dentro il vento; perché  così  lei corre dentro i suoi pensieri, senza inceppi o timori.

È come abbandonarsi ai cavalloni marini  nella costa bassa nei giorni di scirocco, lasciandosi capovolgere fin dentro le viscere; uscendone poi senza respiro in un grido di vittoria e libertà.

È come ritrovare tutta la nostra storia vivente, quella che abbiamo cercato in tutti i modi di salvare e di dire a mozzichi e bocconi, e vedercela restituire come una sontuosa torta di compleanno.

Questo è un testo che le madri e le nonne dovrebbero leggere insieme alle  adolescenti; e che le insegnanti dovrebbero adottare e studiare con le proprie alunne e i propri alunni; insieme alla Vita Nova di Dante.

Perché questo testo è l’ennesimo tassello fondativo del “pensiero dell’esperienza” delle donne.

Quello che ha per madri Luce Irigaray Carla Lonzi Lia Cigarini e Luisa Muraro Chiara Zamboni con tutta la comunità di Diotima  e tutte quelle donne che ne sono figlie e/o con–generatrici.

Già nel titolo questa donna divina vuole essere assoluta – absoluta – sciolta da ogni soggezione; non più riverente – china prona piegata –  verso quel “pensiero del pensiero” (p.9) che ha tolto alle donne il coraggio – questa è l’etimologia del termine pudore – di chiamare con il proprio nome il luogo del proprio piacere libero.

Come già fecero le donne che ho appena nominate nella scelta dei loro titoli: Questo sesso che non è un sesso Sputiamo su Hegel La politica del desiderio L’ordine simbolico della madre Il cuore sacro della lingua

Parole in–audite, mai sentite, perché sempre sussurrate;  e mai gridate sui tetti come deve essere fatto quando il rumore del mondo copre la verità del corpo dell’anima e dello spirito.

E la prima verità femminile da affermare è nitida e chiara come acqua di fonte: “La donna clitoreidea sa godere del piacere di essere donna (p.12)

Splash: primo tuffo con capriola dentro la placenta di mia madre!

Perché le donne clitoridee – tutte lo sono se non vengono destituite da se stesse – sono sotto la protezione di “donne divine” che “concepivano corpi senza coito  e concetti senza fallo” come le Tre Madri (Nonna, Madre, Figlia) mediterranee o Sant’Anna e la Vergine Maria. (p.12)

E si rifanno al pensiero di quelle che un tempo chiamavamo “madri simboliche”, come Maria Zambrano che “recuperò per la politica e il pensiero occidentale il vincolo antichissimo e presente tra il sentire delle viscere e l’anima” (p.12) e a quelle come Luce Irigaray, la Libreria delle donne di Milano  e le filosofe di Diotima  che “hanno sessuato il sapere e la politica riconoscendo la differenza sessuale, vale a dire, il senso libero dell’essere donna o uomo, come significante, ossia, come fonte inesauribile di significato, di senso, in tutto quello che l’essere umano vive, fa, pensa, è e può arrivare ad essere”.(p.13)

E “il senso libero della differenza sessuale apre a una donna un flusso infinito di piacere proprio, piacere sessuale e piacere cognitivo, indipendente dalla procreazione e simultaneamente aperto e sensibile a questa, quando una donna lo desideri. (p. 15)

Perché questo non è un libro di “educazione sessuale” o di “liberazione sessuale”, così come la predica e la impone oggi  il liberalismo che pervade ogni aspetto dell’esistere, e come sembrerebbe suggerire il titolo in una società come quella attuale che sessualizza tutto; e nemmeno vuole essere provocatorio o alludente. No, questo titolo afferma ciò  che tutto il testo poi esplicita con  sapienza, verità e santità.

Perché, ripeto con lei:  “ciò che qui è veramente in gioco è il sapere o non saper godere del proprio essere donna”.(p.51)

E, dunque, precisa la nostra donna divina a p. 154: “Quello che sto dicendo non ha niente a che fare con ciò che chiamano ‘sessualità’, che solo vagamente si sa che cosa sia; ha a che fare con il piacere, piacere che è un’esperienza inconfondibile che non lascia spazi a dubbi.” E aggiunge: “Ci sono troppe cose infilate dentro il sacco della ‘sessualità’ che non hanno nulla a che fare con il piacere femminile.

Vivere nel piacere sessuale e cognitivo per una donna si tratta, dunque, di “concepire corpi senza coito e pensieri senza fallo”. Impediti entrambi; il primo attraverso “la manovra più perversa e, letteralmente senz’anima, della politica sessuale sostenuta dalla medicina scientifica o allopatica e cioè  l’invenzione dell’orgasmo vaginale nel XX secolo e della vagina nel XVII”(p.20)  e  il secondo attraverso la violenza ermeneutica, ossia “la frode dell’uguaglianza portata alla conoscenza. Che consiste nel  separare una donna dal suo proprio piacere, presentandole il piacere maschile come il piacere universale:  il  piacere di imparare, di capire, di creare, di scrivere, di inventare, di interpretare e ricreare liberamente, in quanto donna, il reale”. (pp.56- 57).

Accade la stessa cosa che è accaduta nel XX secolo con l’orgasmo, con l’invenzione dell’orgasmo vaginale, prima inesistente: cioè far passare un  succedaneo come fosse l’autentico, il veritiero.  Sí tratta di una clitoridectomia simbolica che consiste nell’alienare una donna dal suo proprio piacere”. (p.57).

Affermare che il piacere femminile è clitorideo non è dunque – come qualcuno potrebbe equivocare – suggerire una tipologia o pratica sessuale, ma  è fare — con forza e determinazione, con scienza e coscienza, con spirito di verità e di santità – “una battaglia per il simbolico, per il senso e il valore in una donna dell’essere donna” (p.33) perché “una donna senza piacere è molto più dominabile e colonizzabile che una donna  che non si sbaglia sull’orgasmo, perché la donna senza piacere è debilitata, disorientata e triste. La tristezza femminile è già politica, come lo sono il suo dolore e la sua insoddisfazione sessuale.(p.33)

Mi fermo qui, a questi brevi cenni, perché questo è un testo da leggere per intero individualmente e in gruppo; è un testo che interroga e smuove le nostre viscere e il nostro sentire profondo; che di nuovo intride e reimpasta quanto il pensiero della differenza ha in-ventato sino a qui e riapre per ciascuna donna i giochi con se stessa, con il maschile e con il mondo; che ci da le parole per diventare di nuovo signore del gioco.

Un testo per il quale di nuovo dobbiamo ringraziare il Cielo e la Terra e il continuum femminile che lo ha generato.

Pinuccia Corrias

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